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La strada che uccide

Dino Frambati e un tratto autostradale

 

Sempre, ogni giorno dell’anno, e in questo periodo di traffico incrementato vigorosamente dagli spostamenti per le vacanze, la strada si bagna continuamente di sangue. Migliaia di morti, tanti giovani e molte donne. E se ciò avviene è perché qualcuno sbaglia, commette imprudenze, compie qualcosa che va contro le regole dettate dal Codice, non è fatto per stare alla guida di moto, auto e camion. Una strage senza fine, che riempie le cronache anche oggi, come ha fatto ieri e come, purtroppo, accadrà domani.

Strilliamo per tutto, scendiamo in strada con striscioni e lumini per mille motivi spesso giusti e condivisibili, altri pure pretestuosi e persino strumentali, ma non vedo altrettanta indignazione, rabbia e orrore davanti a tanto massacro stradale.

L’Italia è costellata di autovelox, spesso salutari ma a volte utili a rilevare velocità ridicole su strade deserte, ma non scorgo altrettanta attenzione ai comportamenti delinquenziali nella peggiore delle ipotesi, superficiali e contro ogni minima attenzione o buon senso nella migliore.

Ma poco importante è la causa di un evento e di un incidente quando il risultato è il medesimo dell’asfalto che uccide.

Io, che ho la patente da una vita e che di chilometri ne ho fatti a milioni, vi racconto di due giorni fa lungo la A7 direzione Nord nel tratto tra Isola del Cantone, ultimo casello ligure, e Vignole/Arquata, primo piemontese. In fase di sorpasso viaggiando a 100 all’ora o poco più (velocità adeguata a tratto, regole e traffico) di un’auto che sulla corsia destra procedeva a velocità ovviamente minore, ho visto sbucare, molto veloce, sulla mia destra, un’auto di media cilindrata che ha sfilato tra me in sorpasso e l’auto che stavo a mia volta sorpassando. Passando in mezzo alle nostre due auto e superandomi a destra: due corsie in quel tratto, una terza centrale, tra noi che procedevamo regolarmente “inventata” da un guidatore indegno di tale attività.

Comportamento criminale che ho segnalato alla Polstrada, penso da ritiro di patente.

Purtroppo non sono riuscito a leggere totalmente la targa, anche perché, in pochi secondi o frazioni, mi sono impegnato per evitare un incidente molto grave spostandomi a sinistra e sfiorando il guardrail per dare spazio e quel folle (eufemismo) ed alzando il piede dall’acceleratore.

E’ stata una questione di centimetri.

Ma quante e quante situazioni di pericolo scorgo e, ironicamente ma non troppo, racconto dicendo che la mia grandissima attenzione ha salvato me stesso e qualche altra vita umana.

E siccome io non faccio come tante figure istituzionali che gridano alla Luna di un’Italia in sfacelo (che per fortuna tale non è pur con tanti problemi) senza mai spiegare cosa bisognerebbe fare di concreto, ma ad ogni critica propongo una riflessione o magari pure una proposta, penso che costellare di telecamere le nostre strade possa essere utile. E siccome non c’è tanto personale da sorvegliarle tutte, userei una tecnica esistente che segnali le infrazioni. Come quando ad un semaforo, avendo superato di addirittura mezza ruota le linea bianca, mi è arrivata la multa a casa.

Mentre penso che il disgraziato che è passato in mezzo a due auto proseguirà indisturbato a far rischiare la vita a sé e agli altri.

E circa il personale sussurro che toglierei tanta manodopera dalla burocrazia destinandola a servizi più utili alla società civile.

Sui morti in strada, anni fa, ho scritto un libro che avrebbe meritato maggiore e migliore diffusione e mi sono imbattuto nello strazio indelebile e macerante di tanti genitori di giovani assassinati da chi, in strada, si era comportato da delinquente, guidando drogato, ubriaco e a folle velocità.

Dino Frambati

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