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Mi scusi Presidente

I presidenti Mario Draghi e Sergio Mattarella, nel riquadro Dino Frambati

“Mi scusi Presidente” è il titolo di una canzone divertente, ma anche un po' irridente, del grandissimo Giorgio Gaber, che risale ai bei tempi che oggi appaiono preistorici, del secolo scorso.

Note che tornano in mente quando mancano circa due settimane all'election day presidenziale, con parlamentari e affini (e non il popolo italiano dei quali sono rappresentanti o presunti tali) che dovranno eleggere la massima carica dello Stato. La scacchiera è pronta, le pedine anche, e da tempo stiamo assistendo a manovre e manovrine per arrivare a designare chi salirà al Colle.

Il tutto in quella Roma tanto bella quanto lontana dagli italiani e mentre l'Italia reale, vera e tristemente quotidiana è in coma. Tragicamente in ospedale per il virus arrivato dalla Cina, ma anche moralmente per l'economia in crisi che sta spazzando intere categorie produttive, devastando usi e costumi, risorse e risparmi di buona parte di imprese e famiglie del Bel Paese.

Da una parte giochi politici; dall'altra sofferenze fisiche e morali di un'Italia che io vedo viaggiando e spostandomi per lavoro ogni giorno e che non vedo assolutamente rappresentata in quella ufficiale.

Non credo di dire nulla di nuovo se ripeto, come ho detto tante volte, che burocrati, tecnici e politici dai redditi sicuri e garantiti spesso non saprebbero fare quello dove sono controllori, legislatori e affini e che impongono di fare all'italica gente.

Io vedo ogni giorno infiniti dibattiti sul nulla, odo parlare di crisi con melanconica ipocrisia da chi è pingue che più pingue non si può. Strana, adorabile Italia, per andare paralleli al mito Gaber, a più velocità. Italia demagogica che se mostra un po' di folla per i saldi sorride e vede la crisi finita. Beh, forse per molti che lo affermano osservando superficialmente le scene di cui sopra la crisi non c'è mai stata e per chi sta al caldo e a pancia piena, è forse difficile immaginare come stia dormendo sotto un cielo di stelle e mangiando pasta scotta.

Immagine crudele? Popolana? Demagogica o cosa?

Non so, né voglio definire io il mio racconto di ciò che vedo in giro ma mi è piaciuto tantissimo l'arcivescovo genovese venuto dal Veneto indossando il saio francescano, monsignor Marco Tasca, che, facendo gli auguri alla città, ha detto che sente del Pil che corre e di un'Italia dall'economia che galoppa. “Io, piuttosto – ha proseguito – girando per le parrocchie ascolto di gente senza soldi e senza lavoro e a uno che prendeva solo cibo in scatola, ho chiesto il motivo di quella scelta e mi ha risposto che non aveva gas in casa perché era staccato non potendo pagare le bollette”.

Questa è la realtà osservata da lui, ha esclamato. “Italia vera” mi pare l'abbia definita.

Santo fraticello!! Non fosse che veste il saio lo proporrei al Quirinale!

All'altra Italia, quella dei talk show e dei salotti, auguro buona elezione del Capo dello Stato, nel senso di una scelta oculata. E magari una riflessione sulla geometria istituzionale e sull'architettura dello Stato, nata nell'era immediatamente post fascista, per impedire un ritorno nefasto, violento e crudele di ogni dittatura.

Ma da allora è trascorso un secolo ed ai lumi a petrolio si sono sostituite le lampadine; alle carrozze a cavalli le auto ibride e i jet e viaggiamo con 4 telefonini in tasca. La cultura democratica nostrana credo sia tra le più avanzate al mondo. Magari si potrebbe pensare di cambiare anche qualche sistema politico.

Non vedo proprio più chi indossi stivaloni e camicia nera. Al suo grido “Italiani!”, credo susciterebbe soltanto una fragorosa risata.

Dino Frambati

 

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