Simone Regazzoni: mai col M5S!

Simone Regazzoni

Intervista esclusiva a Simone Regazzoni, big del Pd locale, dopo le sue dimissioni dalla direzione provinciale



1) Dimissioni improvvise o ponderate le tue dopo la sconfitta elettorale del Pd?
Mi aspettavo una sconfitta. Come vado dicendo da tempo, il PD dal 4 dicembre non ha una linea e un'identità politica. E ha eluso temi chiave come sicurezza e immigrazione. A giugno scrissi a Renzi una mail in cui lo invitavo a mettere al centro della campagna il tema dell'immigrazione con le nostre proposte. Attendo ancora la risposta di Renzi. Nel frattempo è arrivata quella degli elettori. Non si tratta dell'ennesima sconfitta, di fronte a cui si pronunciano le frasi di rito per poi tirare avanti. Il PD è al capolinea. Serve una rifondazione radicale del Partito. A livello nazionale e territoriale. Le mie dimissioni sono un atto politico ponderato in questa direzione. Nei momenti come questi la differenza non la fanno le chiacchiere, ma gli atti. 

 

2) Ti aspettavi di arrivare terzo anche nel "rosso" Centro Ovest?
Mi aspettavo di arrivare terzo "proprio" nel rosso Centro Ovest. Il PD ha perso il contatto con il popolo e i problemi reali: lo dico dai tempi della mia candidatura a Sindaco, quando ho girato in lungo e in largo Genova e venivo accusato da alcuni nel mio partito di essere di destra perché parlavo di problema immigrazione e sicurezza a Genova. Il PD parla di scienza, di Europa: temi importanti, ma devi dare idea però anche di riconoscere i bisogni e le paure della persone. Il PD invece ha rimosso le paure, con una retorica dell'ottimismo idiota: mentre le paure vanno riconosciute e capite. Sono importanti quanto i dati macroeconomici. Tra cavalcare e esorcizzare c'è uno spazio politico enorme che abbiamo disertato. 

 

3) Le roccaforti rosse, a Genova, sono quasi tutte cadute. Come mai per te Il M5S e la Lega Nord hanno fatto incetta di voti tra gli operai? Il Pd non sa più parlare alla gente?
Basta vedere l'analisi del voto. Siamo un partito delle elites, di quelli che se lo possono permettere. Diamo lezioni, discettiamo di verità e fake news, lasciamo che un professore spocchioso insulti chiunque non abbia un dottorato in immunologia e osa parlare di vaccini, ma non sappiamo cosa dire a chi ha paura quando va a ritirare la pensione, ha paura del degrado in cui è sprofondato il proprio quartiere, ha paura perché vede i propri figli precari o senza lavoro e il proprio tenore di vita scendere. Non solo non parliamo più ormai da tempo agli operai che votano Lega o 5 Stelle. Ma non parliamo più nemmeno al certo medio sempre più impoverito. Così mentre noi facciamo ironia suo congiuntivi di Di Maio come piccoli professorini frustrati i 5 Stelle si sono presi la metà dei nostri elettori. 

 

4) Gli orlandiani, che sono il 20% del partito, hanno detto che il 90% del Pd non è per l'alleanza con il M5S! Ma come fa Michele Emiliano a volersi alleare con un Movimento che ha davvero pochissimi punti in comune? Per le poltrone o per salvare il paese?
Non ho mai preso in seria considerazione Emiliano e non comincerò ora. Il PD non deve fare nessuna alleanza con i 5 Stelle. Su questo siamo tutti d'accordo. Ma tra fare alleanze e chiudersi in un bunker c'è una bella differenza. Sarà Mattarella a chiedere a tutti la disponibilità a confrontarsi e noi non potremo tirarci indietro. Se siamo in questo caos è perché c'è una pessima legge elettorale come il Rosatellum. Quindi prima di tornare a votare sarà il caso di modificarla. Per fare questo Mattarella potrebbe chiedere a centrodestra, centrosinistra e M5S di dare vita un Governo di scopo e il PD non potrebbe sottrarsi. Ma il nostro problema oggi non sono le nostre alleanze. Siamo noi. Dobbiamo decidere cosa vogliamo essere e dove vogliamo andare. Per fare questo non basta cambiare leader. Renzi ha detto che non si presenterà alle primarie. Lo trovo giusto e spero bene che non si presentino al suo posto un Richetti o un Lotti. Non è il momento giusto per le controfigure. Dobbiamo voltare pagina. Serve in primo luogo una rifondazione politico culturale del PD. 

Di Andrea Bazzurro

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