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Un grande Glauco Mauri alla Corte

Dostojevski non è l’ennesimo classico e lo spettacolo in scena al Teatro Nazionale di Genova fino al 16 di questo mese ne è la prova.

Nonostante l’allestimento e l’impostazione di questo adattamento de “I fratelli Karamazov” siano indubitabilmente convenzionali, le parole del grande autore russo donano a un simile dramma tutta la forza dell’attualità.

Dostojevski è uno degli interpreti maggiormente precoci delle inquietudini che ancora adesso la nostra società si porta dentro. I suol libri anticipano il perturbamento che è esploso negli ultimi anni e le sue parole sono ferite aperte nella coscienza troppo sicura di noi occidentali.

I temi del dramma sono arcinoti, quasi consumati, ripetuti da sceneggiati televisivi e adattamenti cinematografici, citati fino alla nausea in letteratura e filosofia.  Tutto si riassume con facilità in due scambi di battute che qui riportiamo strappati al loro contesto:

“Dio esiste?” chiede Fëdor Pavlovič (il padre dei Karamazov) interpretato da un glorioso Glauco Mauri. “ No “ è la risposta di suo figlio Ivàn (un bravissimo Roberto Sturno). La replica che questa risposta secca e inappellabile produce è agghiacciante: “Allora tutto è permesso…”.  Questo è l’orrore che ci si spalanca davanti in questo spettacolo, la vertigine immensa della mancanza di senso, resa magistralmente dalla recitazione dei vari attori, che si avvita in un crescendo drammatico e tragico.

La verità sul mondo è qualcosa di terribile, una tragedia profonda e insanabile che si porta dietro il delitto come conseguenza quasi sillogistica. Ivàn Karamazov, lo stesso personaggio che sembra più lucido nell’indicare l’insensatezza del mondo, si rivela poi non all’altezza di quello stesso senso di vuoto, non arriva alle estreme conseguenze di ciò che pure vede. La vera tragedia sta in questo, in un’assenza di Dio che genera assassini, che dà sostanza al Diavolo.

Ma è lo stesso autore a darci una via di fuga, un’evasione all’interno di questa spirale di negatività che stritola una famiglia: “Bisogna amare tutti” ci dice Aleksej (Pavel Zelinskiy) un altro dei fratelli. Forse la risposta a questa ferita è proprio un amore incondizionato e ingenuo per un mondo insensato. L’amore permette di vedere un senso anche dove non c’è. Agli spettatori giudicare se questa è solo una pia illusione, una fantasia da giovani, oppure una vera risposta alla bruttezza del mondo.

Su un versante più tecnico, infine, dobbiamo dire che la regia di Matteo Tarasco è fatta molto bene: è presente ma non invadente. Le varie scene sono costruite esteticamente con grande raffinatezza, con contrapposizioni sia sceniche che cromatiche. Le posizioni dei personaggi e i loro stessi costumi ci dicono molto su ciò che sta accadendo, sembra di guardare tanti strani quadri di genere.

La conclusione di questo testo, poi, non può che essere dedicata a Glauco Mauri, habitué di quest’opera e di temi dostojevskiani che, nonostante i suoi 89 anni, si muove sul palco con una naturalezza ed una disinvoltura totalmente invidiabili.

Corrado Fizzarotti

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