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Ricordando Maldini

Cesare Maldini

Cesare Maldini era sicuramente un gentiluomo, una brava persona. Suo coetaneo, lo conoscevo da quando giocava.

Nel vecchio Guerino Mino Mulinacci aveva coniato per lui "le maldinate". Ma lui non si arrabbiava. Riconosceva che in fondo era vero. Nel corso delle partite, giocate sempre ad alto livello, gli capitava di distrarsi. E in genere succedeva il patatrac. E il centravanti affidato al suo controllo, riusciva a segnare. Le maldinate, appunto.
Come allenatore, per tanti anni, si era accontentato di fare il gregario. Era felice di lavorare al fianco del suo concittadini Nereo Rocco detto "el paron". Con lui poteva parlare in triestino.
Ai tempi del Torino, passavano il pomeriggio al bar del vecchio "Filadelfia" a giocare a carte. Al Guerino, nelle formidabili vignette di Marino, Rocco veniva sempre raffigurato con il fiasco di vino. Era diventato un personaggio come santo bevitore, anche se nessuno l'aveva mai visto ubriaco. Nicolò Carosio, ritratto accanto a lui con la bottiglia di whisky, ci rideva su. Rocco non gradiva, anche se non disconosceva il suo amore per il barbera.
Quando andavo a trovarlo, al bar del "Filadelfia", si rivolgeva al fido Maldini: "Cesare c'è il genovese. Menta per tutti".
Quando era diventato CT della Nazionale, dopo l'inevitabile gavetta nella Under 21, l'ho visto adirato una sola volta. Quando un giornalista gli aveva chiesto se convocava Paolo perché si chiamava Maldini. Quel giornalista scherzava, ma a Maldini non piaceva scherzare. Tant'è vero che si infuriava quando si vedeva imitato in tivu da Teo Teocoli, che pure era un amico fraterno, ma esagerava con la sua balbuzie. Eppure Teocoli l'ha reso ancora più simpatico.
Era orgoglioso (giustamente) della sua bella famiglia e di come la moglie Marisa Mazzucchelli, ex giocatrice di basket, aveva educato i figli. Ma a mezzogiorno non andava mai a pranzo a casa. Aveva un tavolo fisso all'"Assassino". E mangiava sempre le stesse cose. Anche a tavola si comportava da atleta.
Un gentiluomo d'altri tempi. Il nostro calcio ha perso un mito.

Elio Domeniconi

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