‘Van Dyck l’europeo’: a Palazzo Ducale il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra
Inaugurata a Palazzo Ducale di Genova una delle più importanti mostre dedicate a Anthony van Dyck degli ultimi venticinque anni. “Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra” si presenta come un grande progetto espositivo internazionale, capace di riunire circa sessanta opere provenienti dai più prestigiosi musei europei e di restituire al pubblico la complessità di un artista che ha saputo attraversare epoche, stili e confini culturali.
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, la mostra ripercorre l’intero arco della carriera del maestro fiammingo, seguendo un itinerario che è al tempo stesso biografico e artistico. Dalla formazione ad Anversa, segnata dall’influenza di Peter Paul Rubens, al lungo soggiorno italiano - tra il 1621 e il 1627 - fino alla consacrazione alla corte di Carlo I d'Inghilterra, Van Dyck emerge come un protagonista assoluto della cultura europea del Seicento.
Il percorso espositivo si articola in dodici sale e propone una lettura non cronologica, ma tematica. Questa scelta permette di mettere a confronto diretto le diverse fasi della produzione dell’artista: il periodo fiammingo, quello italiano e la maturità inglese dialogano tra loro attraverso ritratti, opere sacre e allegorie. Il visitatore è così invitato a cogliere le trasformazioni del linguaggio pittorico di Van Dyck, evidenziando la sua straordinaria capacità di adattarsi alle esigenze di committenze profondamente diverse.
Cuore della mostra è proprio il tema del ritratto, genere che rese Van Dyck celebre in tutta Europa. Dalle eleganti dame genovesi ai nobili inglesi, ogni figura è restituita con una raffinatezza psicologica e formale che trascende la semplice rappresentazione. I suoi personaggi diventano icone di potere, status e identità, costruite attraverso una sapiente regia di gesti, abiti e sguardi. In questo senso, Van Dyck si afferma come l’inventore di un linguaggio visivo moderno, capace di influenzare profondamente la ritrattistica europea nei secoli successivi.
Accanto al ritrattista, la mostra rivela anche un volto meno noto ma di grande intensità: quello dell’artista religioso. Le opere sacre, raramente presentate in Italia con una tale ampiezza, mostrano un Van Dyck capace di fondere teatralità barocca e introspezione spirituale. Dipinti come il Matrimonio mistico di Santa Caterina o il San Sebastiano coinvolgono lo spettatore in una narrazione carica di pathos, in cui luce, gesto e composizione diventano strumenti di una profonda comunicazione emotiva.
Straordinario è anche il livello dei prestiti, che conferiscono all’esposizione un respiro autenticamente internazionale. Tra le istituzioni coinvolte figurano il Museo del Louvre, il Museo del Prado, la National Gallery, il Kunsthistorisches Museum e la Galleria degli Uffizi, insieme a numerose collezioni italiane ed europee. Un dialogo tra musei che riflette perfettamente la dimensione cosmopolita dell’artista.
Genova occupa un ruolo centrale nel racconto della mostra. È qui che Van Dyck soggiornò a lungo, entrando in contatto con una delle aristocrazie più raffinate e influenti dell’epoca. In città sviluppò uno stile elegante e sofisticato, capace di interpretare il gusto di una committenza colta e ambiziosa. La mostra diventa così anche un’occasione per riscoprire il legame profondo tra il pittore e il contesto genovese, valorizzando al contempo il patrimonio artistico locale, dai palazzi storici ai musei cittadini.
L’allestimento si apre con un’opera simbolica: il primo autoritratto noto di Van Dyck, realizzato in giovanissima età. Un dipinto che sorprende per maturità e consapevolezza, introducendo fin da subito il visitatore alla straordinaria precocità del suo talento. Il percorso si chiude invece con un’imponente pala d’altare proveniente dalla chiesa di San Michele di Pagana, unica testimonianza pubblica della sua attività in Liguria, che restituisce tutta la forza espressiva della sua pittura religiosa.
“Van Dyck l’Europeo” non è soltanto una retrospettiva, ma un racconto articolato e coinvolgente di un artista che ha saputo costruire un linguaggio universale. La sua capacità di attraversare culture, adattarsi ai contesti e innovare la tradizione lo rende una figura sorprendentemente attuale. In un’Europa attraversata da tensioni politiche, economiche e religiose, Van Dyck seppe trasformare l’arte in uno spazio di dialogo e rappresentazione condivisa.
Il percorso
L’impostazione curatoriale di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen mira a presentare al grande pubblico l’intero arco della carriera di un artista dal talento eccezionale. Il percorso si sviluppa come un viaggio che ripercorre, passo dopo passo, quello compiuto da Van Dyck dalla sua patria, le Fiandre, fino alla corte di Carlo I, re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia, durato ben sei anni. La retrospettiva non viene presentata secondo una stretta sequenza cronologica: le opere non sono disposte nelle dodici sale in base all’anno e alla città di realizzazione, ma organizzate per temi e ambiti della sua produzione.
Le opere sono accostate le une alle altre così da invitare, stimolare e facilitare un confronto diretto tra la maniera del Van Dyck giovane in patria, con la maniera del grande Van Dyck italiano, e con quello inglese.
Il confronto è pensato anche tra opere che hanno soggetti analoghi: sarà infatti possibile, per esempio, comparare una dama genovese, una dama di Anversa o di Bruxelles e una dama inglese: ritratti eseguiti in tre diversi momenti, ma soprattutto per committenze dalla sensibilità e dal gusto differente.
Risulterà evidente quanto Van Dyck sia capace di sintonizzarsi sugli ambienti in cui si trova a operare, ma sarà anche evidente il confronto estetico e tematico tra le richieste di una committenza sempre diversa.
LE DODICI SALE – IL PERCORSO DELLA MOSTRA
Le sale sono dodici, precedute da una premessa che accoglie il visitatore con un’opera eccezionale: il primo autoritratto noto del pittore, datato 1614 ca. Van Dyck dipinge sé stesso con una maturità inusuale per i suoi quindici anni. Questa opera, esposta nella sala in cui i visitatori vengono accolti, dà la chiave di lettura dell’esposizione e presenta immediatamente Van Dyck come un artista eccezionale dal talento unico.
La sala 2 ribadisce questo concetto presentando quattro assoluti capolavori che rappresentano le quattro diverse stagioni della vita dell’artista: il Sansone e Dalila (1618-20 ca) della Dulwich Picture Gallery di Londra, Le tre età dell’uomo come Vanitas (1625 -26), proveniente da Palazzo Chiericati di Vicenza, Chronos che taglia le ali di Amore del 1627 ca. in arrivo dal Musée Jacquemart-André di Parigi e Lady Venetia Digby come allegoria della Prudenza, del 1633-34, proveniente da Palazzo Reale di Milano. Opere che lasciano sbalorditi per la loro bellezza anche dall'impatto dimensionale importante, così che il visitatore si possa immergere veramente nei grandi quadri di Van Dyck.
La sala 3 che segue spiega il rapporto con Rubens, il suo maestro, dal quale Van Dyck prende presto le distanze prediligendo una raffinatezza che lo porta a un linguaggio nuovo che rinnova, appunto, l’approccio di Rubens – più colorato e chiassoso – con uno, quello di Van Dyck, più sussurrato.
La sala 4 è anch'essa una sorta di introduzione generale all'arte di Van Dyck, perché presenta opere eseguite su diversi supporti e con diverse tecniche: olii su tavola e su carta, disegni, gesso su carta, eccetera. Il visitatore entra nel suo atelier, a contatto con il “fare” dell’artista. Si potrà vedere il processo creativo di un genio e la genesi di opere che nascono dalla volontà di sperimentazione di un pittore che affronta ogni lavoro come una nuova sfida con il bello.
La sala 5, la prima grande sala tematica, con opere che illustrano il concetto della difesa della patria. Si fa quindi riferimento a un’Europa costantemente in guerra, ma anche a un valore fondamentale su cui si sono basate le società nelle quali Van Dyck opera. Si trovano ritratti a volte imponenti, come quello di Carlo V a cavallo, del 1620, in prestito dagli Uffizi, un imperatore non contemporaneo ma divenuto una vera e propria icona per le corti d'Europa; il Ritratto del Marchese Ambrogio Spinola (1620-21) dalla Scottish National Gallery di Edimburgo, il grande generale al servizio della corona spagnola e degli arciduchi e principi sovrani dei Paesi Bassi Meridionali, difensore del credo cattolico, una vera celebrity ritratta anche da Velázquez e Rubens.
Posano per il visitatore anche gentiluomini in armatura o guerrieri, forse immaginari, di cui non si conosce l'identità, ma che costituiscono la trasfigurazione visiva di un valore: non combattere ma difendere e preservare; un valore talmente radicato nell’iconografia che persino i bambini venivano ritratti con le armi. Lo si può vedere nel grande capolavoro che si è conquistato la copertina del catalogo di mostra, prestito eccezionale della National Gallery di Londra: Il Ritratto dei bambini Giustiniani Longo, imponente e meraviglioso (1626 – 27), che per la prima volta viene presentato al pubblico dopo la riscoperta identità degli effigiati.
Nella sala 6 si affronta il tema della famiglia e come anche questa sia un valore su cui si fonda la società del tempo. I ritratti di coppia o di famiglia fanno capire come Van Dyck riesca a trasferire questo concetto, oltre a interpretare la volontà a volte spasmodica di autorappresentazione della classe dominante. Questa si sviluppa nella sala successiva – la sala 7 – una vera e propria carrellata di vanitosi ‘attori’ che il pennello del Van Dyck rende eterni; e quella ancora dopo, la sala 8, che presenta quattro imponenti ritratti a figura intera, uno per ciascun periodo, secondo il concept della mostra. È qui che il visitatore si imbatte nel maestoso Ritratto di donna uscita eccezionalmente dalla collezione di Palazzo Odescalchi di Roma.
Si prosegue nella sala 9 con un’immersione totale nell'arte sacra di Van Dyck, forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato, ma soprattutto quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente.
Vi sono dei quadri grandi, come il Matrimonio mistico di Santa Caterina del 1618 – 20 proveniente dal Prado, o La cattura di Cristo del 1620- 21 ca. proveniente da Anversa, o lo splendido San Sebastiano della Scottish National Gallery (1620 - 21) di Edimburgo, che portano il visitatore nel vortice del dramma sacro, ma anche a riascoltare il racconto delle storie bibliche che fungevano da monito morale per il pubblico di allora.
Siamo quasi a fine percorso: nella sala 11 il visitatore scopre uno straordinario inedito: un Ecce Homo di grande intensità di collezione privata europea. L’allestimento invita il pubblico a farsi coinvolgere e travolgere dal pathos intenso che Van Dyck riesce a infondere nei suoi quadri.
In questa stanza dedicata alla preghiera, non poteva mancare una Madonna col bambino – viene dalla Galleria Nazionale di Parma -, per ricordare quanto la devozione privata in tutte le case fosse un appuntamento fisso, molto sentito, nella quotidianità del tempo.
Il colpo di teatro conclusivo è nella cappella del Doge, dove viene esposta la grande pala della chiesa di San Michele di Pagana, un raccolto luogo di culto in una piccola località della riviera ligure di Levante a Rapallo. Il dipinto, Cristo crocifisso con i Santi Francesco e Bernardo e il nobile Francesco Orero (1626), scuro, essenziale, quasi crudo nella stesura, porterà il pubblico a conoscenza dell'unica pala realizzata nei suoi anni genovesi e una delle due sole pale d'altare in assoluto dei suoi sette anni italiani.
Per informazioni: www.palazzoducale.genova.it













