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Quando il divertimento si trasforma in un’immane tragedia

Il cronista di nera racconta sangue e dolore causati da malvagità e abiezione, dal lato peggiore dell’essere umano; narra lo strazio delle morti provocate da comportamenti sbagliati, talvolta persino stupidi, colposi per negligenza, per miserrimi interessi personali oppure per fatalità e per un destino crudele e perverso.

È il mestiere, anche se non di rado descrive tutto ciò con senso di orrore, raccapriccio e disgusto. Ma, per funzione, altro non è che narratore della vita, bellissima e orribile, capace di meraviglie come di immondezze.

Narra le guerre, il massimo della schifezza geopolitica: le sofferenze di popoli che tutto vorrebbero tranne quella condizione in cui la qualità della vita è totalmente negata alla gente comune, determinate da decisioni folli e bestiali di satrapi che, comunque vada, non vivono in tende al freddo o in case devastate dalle bombe, ma nelle loro regge dorate, lussuose e ben protette da tutto.

Questo narra il cronista, sospeso tra un sentimento umano che talvolta lo macera e quel cinismo necessario a far conoscere al mondo ogni accadimento, anche il più orribile, ma che va comunque raccontato.

Ma narrare la morte per divertimento, no: non è accettabile. Morire per festeggiare una data, un evento, un raduno di giovani, proprio no. C’è un rifiuto assoluto che impone mille, centomila riflessioni e interrogativi.

Al di là di ogni considerazione tecnica sulle responsabilità umane, che certamente esistono sempre e che vanno individuate e colpite duramente per senso di giustizia e non per rabbiosa reazione, il nostro mondo edonistico, che si apre a una cultura per cui divertirsi significa trasgredire, fare cose senza pensare che, sempre e comunque, nella calca e nell’ossessione che il godimento consista nel compiere qualunque gesto perché quel momento è il classico “semel in anno licet insanire”, deve riflettere sul fatto che ogni azione, anche nell’entusiasmo più sfrenato, può avere conseguenze letali. Lo dimostrano non una discoteca, ma mille eventi drammatici che hanno spento sorrisi e allegrie eccezionali, trasformandoli in tragedia. 

Quante persone ferite nel corpo per sempre dall’uso di botti e petardi; quante portano segni terribili e mai rimarginabili per un eccesso di entusiasmo privo di riflessione sul male che si può provocare a sé stessi e agli altri.

So già che ci saranno paladini della libertà a prescindere, pronti a sostenere che allora non ci si possa abbandonare a eccessi di felicità. La libertà è assolutamente innegabile.

Ma vale una vita, o un danno fisico grave, o la sofferenza delle persone che ci sono care, il godimento di un momento o di una sera?

«Est modus in rebus», ci insegnò Orazio nelle sue Satire.

Dino Frambati

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