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Gli Alpini, Genova e il senso dello Stato

La parata degli alpini, nel riquadro Dino Frambati

 

Nella cattedrale di San Lorenzo, in occasione della messa per l’Adunata Alpina numero 97, protagonista per tre giorni a Genova portando secondo le stime 400mila persone sotto la Lanterna, dopo aver ascoltato i canti che accompagnavano il rito del Coro Alpino Orobico, sono andato da loro per dire che, in 40 e passa anni da giornalista per quanto possibile terzo agli eventi e persino un po’ cinico, quel canto mi aveva toccato il cuore. Ho parlato con loro, persone normali, di quelle che incrociamo tutti i giorni, ma che messi insieme diventano stupefacenti narratori di emozioni; di un’Italia bella di cui forse parliamo poco.

Ho detto di questa mia antica attività, che ha visto passare di tutto restando indifferente. Ma ho specificato che il loro canto l’ho seguito con il cuore più che annotando ciò che accadeva. La loro replica, pur avvezzi a molti elogi ovunque in Italia, è stata di sincero e schietto compiacimento, convincendomi che il canto esce dal loro animo più che dalla bocca.

Fatto, questo, prodromo di molte ore passate attento alla cronaca ed alla narrazione di un evento di grande rilevanza nazionale.

Seguire grandi manifestazioni non è certo la parte più difficile dell’attività del cronista, perché la notizia è quella che si sta seguendo, cercando magari di trovare all’interno dell’evento la nota originale, curiosa, particolare.

In questo caso specifico la sfilata delle penne nere, la confusione allegra, divertente, genuina, portata a Genova nei giorni del Raduno mi ha quasi divertito ma pure offerto occasione di riflettere. Dell’Adunata si potrebbero scrivere pagine e pagine di racconto, mille immagini, aneddoti, peraltro in buona parte fatto da media, social nelle maniere più svariate.

Personalmente, se devo fare un titolo, penso che qui si debba sottolineare come ci ha fatto sentire un senso dello Stato fortissimo. Diciamo spesso di Patria, Paese, Nazione; tutto bello, tutto giusto.

Ma quella gente che indossava con orgoglio palpabile il cappello con penna, ci ha fatto sentire come Stato; come insieme di gente, etnie, popolo e tutto quanto volete, dove c’è una struttura di persone più che di enti, unioni varie ed altro, che sa avere coesione, andare là dove persone sconosciute, anonime, che hanno un nome ma non importa quale, sono in criticità.

Forse per questo, per i 90mila che hanno sfilato sotto la pioggia, sono componente essenziale della Protezione Civile tricolore tra le meglio al mondo.

Un contraltare che sapevamo esistesse, ma ci ha fatto piacere osservare davanti a un qualunquismo becero, a dei distinguo assurdi, ad un manicheismo maniacale più attento alla forma più che alla sostanza, che sarà pure minoritario ma, in questo periodo storico, ha ugole d’oro che si fanno sentire e sovrastano la “vox populi”, anche se con note stonate e ben diverse da quelle dei coristi orobici. 

E’ infine doveroso annotare l’eccellenza dell’organizzazione in tutti i suoi aspetti a fronte di un evento di tale portata e dimensione. Uno sforzo corale degno di menzione da parte delle varie parti in gioco, a partire dall’Arma degli alpini ben strutturata e organizzata, alla nostra città e quanto a margine (ma non tanto) della manifestazione: impegno delle forze dell’ordine, una comunicazione puntuale, rapida e precisa che ha accompagnato gli eventi.

Ho scritto per una vita e per mestiere negatività; contento, in questa occasione di fare il contrario. E se ci sarà chi eccepisce e trova il “difetto” se non la colpa, prevengo e dico che, se è in buona fede e senza contorsioni mentali o pretestuosità, deve ricordare come il tutto bene assoluto proprio non esiste. Ma che eventi come questi sono la faccia bella dello Stato.

Dino Frambati

Il presidente Marco Bucci accanto al ministro Guido Crosetto

Dino Frambati tra due ufficiali degli alpini

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