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Ei fu, 200 anni. Napoleone e il suo mito

Dino Frambati e il busto di Napoleone

Amato, odiato, esaltato, disprezzato, ma comunque Napoleone.

Una figura emblematica della storia dell'umanità, ieri come oggi. Arbitro di due secoli, l'un contro l'altro armato, il comandante francese è comunque “la storia” di un'Europa divisa, unita, in guerra, in pace, diventata una unione, amalgamata, contestata, disgiunta, strettamente connessa con se stessa, disconnessa tra Stato e Stato, indispensabile, profondamente amata, detestata.

Storia ma anche punto nodale dell'informazione, perché il 5 maggio del Manzoni, che credo si possa annoverare tra le più grandi opere letterarie di tutti i tempi, può essere probabilmente considerato il primo editoriale del giornalismo dell'era moderna.

L'opera non giudica, narra, sottolinea, rileva, domanda e demanda ai posteri “l'ardua” sentenza. Gloria vera quella del militare oltralpe? O no?

Certamente esiste una prima Napoleone ed un dopo. Vero che ci saccheggiò qualche opera d'arte; vero che il suo impero è fondato su guerre e conflitti, ma è anche vero che segnò una svolta nella logica politica del mondo.

Io, che neppure ho fatto il militare e non so usare nemmeno la fionda, ammiro Napoleone sopra ogni altro personaggio storico. Nei suoi tanti difetti, nei suoi pregi, nella sua ars amatoria che lo rende uomo come tutti noi amanti del sesso femminile, ma più che in questo, io ammiro il fatto che non si piegò mai alle potenze per grazia ricevute. Agli imperi esistenti ed agli equilibri storici che parevano intoccabili e difesi da confini geografici e storici che erano barriere inviolabili.

Ebbe la sfacciataggine di guerreggiare con chiunque e di vincere. Capovolse i concetti vecchio e stantio dei governi per sempre. E questa è stata la lezione storica più importante, si ami o no il personaggio. Ma la filosofia che ispira è ammirevole perché chi è apparentemente il più debole, può diventare il più forte.

Poi cadde, risorse e giacque, nell'amarezza e solitudine dell'esilio, forse accompagnandosi a quella Fede da cui la sua storia era stata, nei fatti, tanto lontana.

Ma la mia ammirazione verso di lui in questo senso sale addirittura, perché lo rende essere umano potente e fragile, invincibile e sconfitto.

Sulla collina di Waterloo sono stato più volte, guardano e riguardano quello che fu lo scenario di guerra del grande più grande. Sconfitto più che dall'armata nemica dalla sua presunzione e certezza che, intanto, lui era Napoleone. Vincitore a prescindere.

Sono stato a Parigi sulla sua tomba e ad Ajaccio davanti alla casa natia. Odio inestinguibile o indomato amore, la certezza è che l'empereur non è uomo per il quale si può avere pensiero sfumato o mediano.

Quei canoni di intoccabilità storica e di potenza per grazia ricevuta che avevo osato infrangere e fare a pezzi, sono forse la stessa logica che lo ho portato ad essere sconfitto.

La pace la trovò quando Dio “sulla deserta coltrice accanto a lui posò”.

Comunque Napoleone ha segnato la storia, perché, si ami o si odi, a 200 anni di distanza ha una rilevanza mediatica enorme e la data fatidica del 5 maggio ha eco enorme nel mondo, in giornali, radio e tivù.

Rileggete il 5 maggio, è poesia da imparare a memoria e per me Napoleone Bonaparte è comunque un mito.

Dino Frambati

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