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Il Morandi, un processo troppo lungo

Il Morandi crollato, il tribunale di Genova e Dino Frambati

Siamo al pronti, via di un processo che resterà nei libri di storia perché dovrà chiudere tecnicamente e sul piano pratico, il disastro autostradale più incredibile, assurdo della storia contemporanea nazionale e mondiale.
A giudizio in 59 con accuse gravi per 43 vittime innocenti ed incolpevoli, ma anche per migliaia di persone che hanno perso casa, lavoro, cambiato qualità e tipologia di vita. Lo schianto del 14 agosto 2018 non ha soltanto ucciso, anche se questo è l'aspetto più drammatico, ma ha anche provocato danni enormi, morali e materiali. Noi giornalisti ne abbiamo raccontati tanti ma certamente mai abbastanza. Un'intervista, la descrizione di un fatto sono un flash su qualcosa che, a livello personale, ha intaccato indelebilmente persone al di là del momento di cronaca, pure se in prima pagina.

Mettete assieme tutto questo mix di fatti ed emozioni e la conclusione è che il processo è già troppo lungo prima ancora di iniziare. Io sono un garantista e detesto persino i giustizialisti e le tricoteuses tipo rivoluzione francese. Ho insegnato comunicazione in carcere; fatto “nera” per quasi 40 anni e di quella pesante. Ho parlato con ladri, assassini e delinquenti vari. Non li giustifico, li condanno totalmente, ma in ciascuno di loro ho trovato qualche sprazzo di positività. Questo è il mio pensiero e in un carcere sono arrivato a dire che fuori c'era gente peggiore che lì dentro. Lo penso sinceramente.
Ma sono ancor più ferreo nell'affermare che auspico e spero in una giustizia ferrea e cinica verso chi possa avere sulla coscienza un peso più pesante di quei macigni che hanno sepolto 43 esseri umani, in una strage degli innocenti.
Del crollo, da cronista, mi sono occupato da 10 minuti dopo che si era verificato. Tralascio tutto il resto ma non l'emozione provata nei miei contatti con i parenti delle vittime. A cominciare da Egle Possetti, donna minuta, coraggiosa, perbene. Con lei ho un ottimo rapporto e credo sia da prendere come esempio di senso civico e onestà intellettuale. Ha perso sorella e nipoti, la sua vita è cambiata da quel giorno. L'ho definita Davide contro Golia per la sua forza d'animo. Mai alzando i toni, sempre puntuale negli interventi tanto netti e decisi quanto pacati. Un'icona di dignità. Penso sia la voce della coscienza degli italiani, perché il crollo di un ponte è roba inimmaginabile alle nostre latitudini. Ci avrebbe sbigottito nel Terzo Mondo; nella nostra Genova è come se dicessimo che sono atterrati marziani.
Altri mi hanno detto che combattono una battaglia per il futuro, per far capire gli eventi degli ultimi 20 anni. Una dignità che commuove perché il loro pensiero sociale supera il dolore, immenso, della perdita di un congiunto, non per età, non per malattia o pandemia, ma perché un giorno un ponte dell'Italia del G7, nazione avanti nel pianeta per civiltà e progresso, è crollato come un castello di sabbia che proprio a Ferragosto i bambini costruiscono sulla spiaggia.
Aspettiamo la prima sentenza che arriverà tra un anno e passa come minimo; poi ci sarà Appello, Cassazione, augurandoci che la stessa velocità del demolire il vecchio Morandi e costruire il nuovo San Giorgio percorra le aule giudiziarie. Sarebbe ancora più esemplare.
Alla fine i conti dovranno tornare e quel giorno sarà la vittoria del bene. La notizia sarà buona. Nel frattempo, come cittadino e giornalista, mi interrogo su quelle autostrade che percorro quasi quotidianamente, sulle vicende tutte italiane della gestione. La politica si è girata dall'altra parte, mi ha detto il fratello di una delle vittime. Si è messa con i più forti.
Io, istintivamente, sono portato a stare con i più deboli. Sono certo che lo saranno anche i giudici. Quarantatré voci spente lo urlano.

 

Dino Frambati

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