Servizi ai cittadini: meno burocrazia, più forze dell’ordine e personale sanitario
Dino Frambati
L’Italia ha bisogno di forze dell’ordine, infermieri e medici. E’ abbastanza evidente la forte carenza di uomini in divisa, addetti alla sanità, bene primario ed essenziale per la vita di ciascuno.
Per contro credo che siamo una delle nazioni più infarcite di burocrati, tecnici del teorico, maestri e professoroni di tutto lo scibile umano, che se le loro idee fossero applicate in pratica ritengo sarebbe come dire che le favole di Walt Disney narrano fatti di cronaca.
Lungi da me disprezzare o sminuire teorie, idee, filosofia del pensiero che ritengo comunque importanti, ma parlo da ex imprenditore che del pragmatismo doveva fare regola non derogabile e la sera doveva aver risolto eventuali problemi mattutini. Uno dei tanti che hanno dato lavoro, prodotto benessere.
Da qui la mia idea che, fermo restando l’inderogabile necessità di avere un cospicuo numero di persone insite in corpore della struttura dello Stato, sarebbe opportuna una diversa suddivisione di questo popolo di figure pubbliche: più uomini in divisa in strada a tutela della comunità e soprattutto molto più personale nella Sanità. Meno ai troppi uffici di regole e regolette spesso intralcia attività.
Numero globale di occupati alla fine uguale, ma con compiti diversi e spesa inalterata per le casse statali sempre o quasi in sofferenza. Da modificare è la ripartizione. Impresa che ha certamente complessità, necessità di tempo ma che occorrerebbe applicare da subito in base alla logica di cui sopra.
Non è certo la prima volta che espongo questa mia teoria (ci casco anch’io alla fine nel teorico pur con il sogno che diventi concreto). Ma lo faccio nuovamente dopo un pomeriggio trascorso in un pronto soccorso genovese a causa di un trauma da caduta in impianto sportivo, approssimandomi a fare la doccia dopo una rigenerante attività fisica che pratico da una vita, che adoro e consiglio a tout le monde.
Nel reparto di emergenza spicca immediatamente che ci sono pochi addetti rispetto alle necessità minimali del posto, contro centinaia di persone sofferenti, sparse in vari punti, compresi stanzoni che paiono un lazzaretto e dove mi chiedo se la dignità delle persone sia rispettata in una promiscuità dolente di sessi, età, differenti patologie.
Quando dopo qualche ora di esami e medicazioni sono stato dimesso, ho ringraziato il personale.
Tutti gentili, sempre lucidi nonostante il fiume di gente dolorante, professionalmente ineccepibili, attenti che tu sia a tuo agio in un momento di sofferenza ed in un posto di dolore, dove chi ha mal di pancia si trova insieme ad un infartuato grave, con il ferito grave per incidente di vario tipo che soffoca a stento il dolore lancinante e si trova all’improvviso a fare i conti con una situazione inaspettata, di difficoltà mai immaginata prima, vicino all’anziano consumato dagli anni e dalla debolezza fisica. Oltre ad una pletora di parenti più o meno in ansia, talvolta preda di angoscia e terrore per la sorte del congiunto amato e chiamati all’improvviso al capezzale del parente ferito.
Coloro i quali lavorano in questo posto sono degli eroi; pieni di passione per il loro lavoro che è difficilissimo e stracarico di responsabilità. Bravi a mantenere la barra dritta in quel mare in tempesta e con un senso del dovere ben oltre i corrispettivi che percepiscono.
Nessuno me ne voglia perché questo non è un atto di accusa contro alcuno. Ma toccando con mano soprattutto nella malaugurata necessità di passare un venerdì pomeriggio da utente nella situazione sanitaria italica della quale tanto ho scritto da giornalista essendone terzo, comprendo come sia un male antico e complesso del Paese che chiunque si trovi a governare fa quello che può. Perché mettere a posto un sistema tanto obsoleto e viziato da decenni di confusione e non raramente di scelte sbagliate da parte di scarsamente competenti e men che meno lungimiranti personaggi, è impresa al limite dell’impossibile.
In quei momenti ho riflettuto come il mio stato d’animo fosse tutto diverso dai mille passaggi fatti negli anni passati, da cronista di nera, nei vari pronto soccorsi cinicamente da descrittore di brutti eventi.
E non ho potuto fare a meno di dirlo pure al personale che mi ha seguito come durante i tanti anni di lavoro romano, passando tra tanti uffici di vario genere, ma anche in altre parti d’Italia, mia Genova compresa, ho trovato grandi competenze, instancabili lavoratori ma pure tanti, troppi, che vagavano con le carte in mano senza che si riuscisse capire cosa facevano. Contro il risicato numero di addetti ai reparti di urgenza.
Ho pensato tante volte che, nel limite del possibile, non sarebbe male riequilibrare il numero di addetti nei vari settori di vita italiana.
Di più alla sanità, al controllo del territorio ed alla difesa delle legalità, meno, molti meno alla burocrazia.
Eccessiva in Italia, inutile e persino non raramente dannosa alla libertà di impresa e a chi ha voglia di fare, creare lavoro, produrre risorse.
Burocrazia, la nostra, punitiva.
Ma questo è altro discorso.
Dino Frambati
