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14 agosto sempre: l’orrore non si dimentica, il dolore non passa e non deve esistere oblio

Può deragliare un treno, affondare una nave, precipitare un aereo (7 su 40milioni di voli, quindi raro); accadono, e questo purtroppo avviene ogni giorno, incidenti stradali mortali.

Tragedie che stroncano vite e uccidono vittime spesso incolpevoli, con conseguenza di famiglie devastate e distrutte dal dolore.

Fatti che noi tuttavia, in qualche modo, temiamo perché sono nella peggiore dinamica dei fatti della vita. Tanto che al caro parente diciamo di andare piano e guidare con prudenza quando si appresta ad un viaggio in auto.

Ma che all’improvviso crolli un viadotto gigantesco e pure maestoso, tanto da venire soprannominato ponte di Brooklyn; che si sbricioli uno dei ponti principali delle autostrade italiane nel mezzo di una città di rilevanza mondiale, proprio nessuno potrebbe immaginarlo nemmeno in un film horror e di quelli dove accade l’impossibile e si sa che è impossibile.

Ponte, viadotto o cos’altro sia, quasi simbolo di alta ingegneria in un Paese del G7, tra i più progrediti nel mondo, ad alto tasso di vivibilità e strutture, che cede all’improvviso, no, questo assolutamente non lo giustificherò e capirò mai.

Mi domando cosa hanno pensato le povere 43 vittime uccise dal ponte quando si sono sentite cedere la terra sotto i piedi. Mi sconvolge pensarlo. Credo che non si saranno resi conto perché tutto potevano immaginare quel mattino tranne che crollasse la strada.

Pari per incredibilità come se mi dicessero che in piazza De Ferrari, pieno centro Genova, sono atterrati i marziani parcheggiando il disco volante in Piccapietra.

Ma mi domando anche e con forza cosa pensino, guardandosi allo specchio, tutti quelli che sanno di avere qualche responsabilità sull’accaduto. Lo dico perché c’è un’inchiesta ed un processo in corso e quindi, se investigatori e magistratura sono arrivati a tanto, è perché un’ipotesi di qualche errore o mancanza esiste.

Ma penso che anche altri e non pochi, in qualche modo abbiano incrociato la loro vita con il ponte anche se non intaccati dall’inchiesta.

E penso persino che ciò debba riguardarci forse un po’ tutti: nella superficialità, nella burocrazia severa con i deboli ma mai forte con i forti, nell’ingordigia di denaro, nella mancanza di coscienza se non si fa ciò che è giusto perché potrebbe nuocere alla carriera; nella mediocrità e nel lavoro fatto male, Dio non voglia, sapendo di sbagliare.

Cerco di ragionare da persona a prescindere dal mestiere di giornalista e faccio un conto: 43 morti vuol dire oltre 100 famiglie tra congiunti di sangue e acquisiti; facendo un altro conto tipo quello della spesa sono almeno 4 o 500 persone (ma indico una cifra minimale) la cui vita è stata devastata dalle macerie del Brooklyn. Terribile.

E a prescindere dall’esito della giustizia umana che mi auguro comunque assai severa perché il male si compie, come mi hanno insegnato a catechismo, con parole, opere ed omissioni, provo vergogna, disgusto, rabbia, orrore per quel crash maledetto, onta e macchia indelebile nella società civile italiana.

Fatto orrendo che non solo va ricordato nella data e nel Memoriale, ma sempre e ovunque sempre di più andando avanti negli anni e da tutta la società civile: politica, mondo dell’informazione, opinione pubblica, arti e professioni.

Una coralità enorme, imperitura e congiunta perché non possiamo lasciare soli a gestirla gli eroi del Comitato dei parenti delle vittime, senza i quali non ci sarebbe stata questa memoria da 7 anni ad ora. Abbiamo il dovere morale di essere accanto a costoro in ogni dove.

Davide contro Golia, li ho definiti in tempi non sospetti. Lo ribadisco oggi quando il mondo è costellato di Davide e Golia e troppo poche volte la spunta Davide.

Io faccio un tifo da stadio per Davide. E voi?

Dino Frambati

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