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C’erano una volta le banche

Giovanni Berneschi

Lo scenario della politica economica italiana attuale deve portaci a fare alcune riflessioni che sappiano

e devono uscire da quelli che sono gli schemi e i racconti propinati sui giornali dai guru, mezze verità e tante falsità, che contribuiscono a tenere i grulli a bada, facendoli abbeverare a fonti avvelenate.
Vogliamo parlare delle banche italiane e della loro triste condizione?
C’è oggi qualcuno disposto a pensare che effettivamente non ci sia un nesso di causa ed effetto tra quanto è avvenuto con la crisi delle prime 2 banche nel 2013 (MPS, CARIGE) e quanto è poi avvenuto a catena su tutta una serie di altri istituti di credito negli anni successivi, giungendo oggi alle ultime 2 banche frantumate nel Veneto? E il numero delle vittime, si può stare certi, prossimamente si allungherà con altri  soggetti coinvolti. Sempre a pagare sono i cittadini, piccoli investitori, deboli e privi di tutela.
Teniamoci aderenti però al territorio ligure ed esaminiamo la vicenda Carige.
È  falso e ingiusto, come inizialmente proposto da tutta la stampa alla pubblica opinione, che Carige fosse nelle condizioni di MPS. Due storie, due percorsi, due politiche aziendali molto diverse.
Però, a ben guardare, oggi parrebbe che MPS sia un problema risolto di cui nessuno più parla, mentre al centro degli onori della cronaca è rimasta Carige che ha continuato e continua a far parlare male di sé fino a poche ore fa.
Qual è la differenza?
Forse che una voragine, quale quella che  MPS rappresenta, è stata e resta soprattutto un grave problema “politico”, cui la sordina mediatica introdotta è servita e serve a tanti (anche oggi a chi detiene il potere) per distogliere l’opinione generale dalla realtà: la politica di sinistra, che diceva di non “avere” ancora “una banca”, in realtà si era assettata a tavola imbandita già da un pezzo, mangiava a quattro ganasce e buttava dalla finestra, a piene mani, ai propri cicisbei in piazza,  ogni tipo di leccornie, anche le monete del tesoro (come nel film del Marchese del Grillo), con buona pace di tutti, ritorno economico/politico dei soliti, e nell’assoluta indifferenza complice  degli organismi di governo preposti al controllo delle Banche (Banca d’Italia e MEF).
Altro discorso riguarda Banca Carige.
Ci chiediamo: non è che su questa banca è andata in scena una prova del nove per capire, dopo uno studio attento, come colpire e affondare l’intero sistema bancario italiano? E se si a favore di chi? E complici chi?
Carige ha affrontato in questi anni (2013-2016) cambi al vertice, dismissioni di patrimonio importanti, due aumenti di capitale pesanti, troppo pesanti. Necessari?
Nel 2013 è stato allontanato dal suo posto Giovanni Berneschi, patron storico,  implicato in vicende giudiziarie culminate col suo  arresto nel 2014. E’ stato messo in piazza, additato al pubblico ludibrio, e alla gogna quale solo e unico responsabile di un dissesto della banca, che, se è realmente avvenuto, perlomeno doveva trovare dei pescecani quali coprotagonisti, che, però, non sono stati mai trovati o cercati, né colpiti.
È stata la sua una gestione allegra? Ha fatto tutto da solo? Ha coperto i coprotagonisti e i mandanti delle nefandezze per ordine superiore? Per paura? Per ritorno economico? Per appartenenza a gruppi criminali e organizzati?
Conoscendo l’uomo, il suo carattere, ma la sua generosa operosità a favore della banca, molte di queste domande non devono essere prese in considerazione, né possono che avere tutte risposta negativa. Vedendolo poi  oggi solo e abbandonato da tutti coloro da lui ampiamente beneficiati, aiutati e sostenuti (è noto che il re in disgrazia perde i leccaculi, perché non serve più) si dovrebbe almeno concludere con un dubbio sull’intera vicenda giudiziaria, e pensare che forse il tempo renderà giustizia a un uomo instancabile del fare, che sicuramente ha detto dei no decisi a persone che comandano dall’ombra…
Soprattutto sarebbe interessante che i giornalisti intervistassero un po’ i politici d’antan bipartisan per conoscere il perché del loro fragoroso silenzio di questi ultimi tre anni.
Si facessero spiegare i giornalisti dai tanti mega imprenditori, che fino al giorno prima della caduta speravano in un incontro con Berneschi foriero di sistemazione per le loro aziende, del perché nessuno dal 2014 lo conosce più.
Ma soprattutto è vero che Berneschi era, unico tra i banchieri più importanti, inviso in Banca d’Italia nell’era Draghi e Visco? E se sì, perché?
Forse perché giudicato, rispetto ad altri troppo indipendente? Pericoloso, fuori controllo, e non affidabile quindi per un’operazione generale di reimpostazione del sistema bancario studiata a tavolino che prevedesse aria nuova e faccie nuove? E alla luce di tutto che aria!!!? Già, che facce!!!
Ecco da qui nasce un sospetto che, spero, non tarderà ad essere smentito con fatti e deduzioni logiche da quelli che sono i guru.
Il sospetto che su Carige sia andato in scena, anche in assenza di piena comprensione dei foschi obiettivi dei terzi, da parte dei diretti protagonisti di allora   Berneschi e Repetto (1° azionista in allora con Fondazione Carige al 47% nel capitale della banca), la cosiddetta prova del nove.
In cosa consiste? Provare a vedere il grado di resistenza della Banca, le azioni di salvaguardia sul controllo della Banca (la settima in Italia) poste in essere dai naturali referenti Istituzionali del territorio, dagli organismi amministrativi (cda) della banca stessa, dai Soci più importanti.
Da questo test capire come mettere in atto un’azione dall’esterno volta a scardinare l’ordine costituito nella Carige e portare nuovi soci alla guida dell’istituto. Il tutto forse per capire, predata e depredata una banca, come mettere in ginocchio poi l’intero sistema bancario italiano? Complici Banca d’Italia prima e BCE dopo?
Possono sembrare parole deliranti, ma forse è bene che si comprenda che il vero delirio è rappresentato da questa vicenda. In realtà sono solo parole fuori dal coro, che scaturiscono da conoscenza viva.
A fine 2013 entrava un nuovo cda della Fondazione Carige presieduto dall’avv. Momigliano, mentre si era già precedentemente insediato al vertice di Carige un amministratore delegato nuovo Montani, un nuovo presidente Castelbarco Albani, un nuovo Cda. Anche un nuovo vicepresidente Alessandro Repetto, tra l’altro artefice del  duello suicida tra il cav. Flavio Repetto e Berneschi (gli unici che potevano far diga alla deriva).
Cosa succede? Lo scontro precedente tra socio Fondazione e vertici dell’Istituto si attenua, inizia un lavoro di e in “gruppo” tra le parti (ristrette) che culmina pochi mesi dopo nel 1° aumento di capitale, gestito da Mediobanca che “appare” advisor per la banca, ma che però, è bene ricordarlo, tiene per le palle Fondazione Carige con un prestito oneroso precedentemente richiestole e ottenuto da Repetto per l’Ente.
Banca d’Italia, MEF che per tanti anni avevano tenuto un profilo “basso”, da travet,   parevano sonnecchiare, si scatenano e paiono non averne ora mai abbastanza.    Chiedono per ottenere anche quello che potevano, e forse dovevano, evitare.
Sembra sia partito un procedimento accelerato che deve essere chiuso in tempi record (“ lo vuole l’Europa”… ricorda molto Dio lo vuole… ma l’europa non è Dio) e che soprattutto trova i tanti protagonisti, specie sul fronte della Fondazione, per usare un eufemismo, non particolarmente pronti e preparati.
(* è bene ricordare che: quasi tutti i protagonisti che siedono nei due Consigli di Fondazione sono in quota PD e PDL e quasi tutti incollati lì alla ricerca di una prebenda…).
Preparato sicuramente invece all’appuntamento giunge Montani. Tanti consulenti in campo, tutti, sia per banca che per Fondazione, trovati a Milano, in vie contigue tra loro e a quelle in cui hanno sede i palazzi delle decisioni, tutti tra loro in rapporto stretto, tanto stretto al punto che non si riesce più pienamente a comprendere chi sia l’advisor di chi e chi decide per tutti.
Parole al vento? Parole dette per parlare? Pensatelo se vi garba.
Sembra, dopo la conclusione del primo aumento, che ci sia stabilità.
Ma è solo apparente calma sino al settembre 2014. Intanto forse qualcuno nell’ombra sin dall’inizio lavorava per altri programmi? Entrano col primo aumento tanti fondi, cosa analoga al caso MPS, fondi che operano estero su estero, è bene ricordarlo.
Ecco varrebbe la pena che gli organi di vigilanza prestassero un po’ più attenzione a questi Fondi?
Procure, Banca d’Italia, MEF sono tutti tranquilli e sereni rispetto a questi Fondi? Nessuna complicità?
Bisogna dire questo perché, pare all’evidenza, sia questo il modo più semplice per entrare a gamba tesa nel sistema economico produttivo italiano prendendolo con 2 lire: investendo poco (nulla rispetto ai reali valori delle banche), complici coloro che hanno obbligato a depennare anche tanti crediti non deteriorati, contando tanto nelle banche.
Cosa dicono i politici illuminati del 21° secolo? Niente.
Fattorini di un disegno rispetto al quale sono solo sudditi.
Cosa dicono gli Economisti? Chi paga i lavori e gli studi a loro e alla casta economica?
Veniamo al 2° aumento di capitale.
Mediobanca domina decisamente la scena da subito e emana indicazioni dirette e indirette su come le cose debbano andare, quale linea debba prevalere, quale soggetto debba entrare, ma qualcosa sfugge.
Sfugge, attraverso i cunicoli dell’impossibile, dell’imponderabile e dell’improbabile,  il siluro Malacalza (persona decisamente fuori dagli schemi e nuovamente non governabile come Berneschi) che, rispetto ad un piano preordinato a Milano, probabilmente già molto prima del primo aumento, decide di essere della partita rilevando quota del 17% dell’agonica momiglianesca Fondazione, in un momento in cui tutto diceva e lasciava presagire Bonomi o Apollo (già Apollo, quello delle assicurazioni, del patrimonio immobiliare delle stesse svalutato forse in eccesso? Di questo fondo stiamo sentendo parlare in questi giorni e la strada intrapresa dal cda Banca  porterà i suoi frutti…).
Malacalza non deve niente a nessuno e di nessuno ha timore. Qualcuno che creda nella S. S.Trinità parlando della venuta di Malacalza potrebbe pensare alla provvidenza divina.
Malacalza è un intralcio e non permette di chiudere l’operazione che Mediobanca ha in mente.
Questo è un grosso problema. I vertici della Banca, e con loro qualcuno dei soci, mal digeriscono questa presenza ingombrante, devastante per il disegno da perfezionare.
Ed ecco come può spiegarsi il percorso doloroso che abbiamo visto in questi lunghi mesi, anche dopo l’ultima assemblea con l’avvenuta  defenestrazione dell’AD Montani e del Presidente Castelbarco, con il titolo depresso e compresso da una grande speculazione avviata dai fondi, sempre loro protagonisti, e dai loro padroni, con l’obiettivo di fiaccare la resistenza del Malacalza, per convincerlo a evitare di continuare a perdere soldi e passare finalmente la mano.
Chi tira le fila? Qual è il grado di coinvolgimento dei vertici preposti al controllo oggi?
Malacalza ha impiegato un po’ di tempo (dal marzo 2015), ma ha compreso che se si toglie i lacci (vedi anche l’allontanamento dalla Banca di Mediobanca e dei consulenti della vecchia gestione) ha non solo la possibilità di recuperare, ma anche di attuare una politica di sviluppo, che non è stata fatta dolosamente in questi 3 anni dalla nuova (ormai vecchia) gestione, perché il vero obiettivo era la distruzione di valore e disgregazione della Carige a vantaggio dei fondi e dei loro padroni italiani, europei e americani.
Cosa dice al riguardo la BCE? E il suo maggior esponente? Guardano, osservano e tendono la mano allo straniero? Chi c’è dietro lo straniero? Chi sono i dispensatori di  valore e i munifici investitori benefattori che si nascondono dietro ai fondi?
Questo è il punto! Quanti sono i servi della gleba che lavorano per i nuovi pochi Feudatari? Tantissimi?
Malacalza deve fare attenzione ancora a qualche contiguo che si aggira. Che continua anche in solitario a monitorare al suo fianco l’egregia e valida operazione da lui condotta, che non ha certo condiviso dal momento che questi, Malacalza già socio, era ancora intento a togliersi il bavaglino nei pranzi all’ultimo piano della banca.
Se si vuole evitare che l’azione di Malacalza venga annullata, e cada Carige vittima dei falchi predatori, è necessario che si muova attorno alla banca un’attenzione profonda da parte di tutti i cittadini liberi e i piccoli azionisti danneggiati. I politici e i parapolitici come tutti i paraculi è bene che si astengano.
Quella in atto è la guerra senza quartiere posta in essere da una classe ristretta di protagonisti spregiudicati che, forse rasentando il crimine, hanno un unico obiettivo: conquistare l’Italia intera attraverso la presa delle banche.
Questo obiettivo è ormai svelato anche alla luce di quanto è avvenuto in successione nei mesi su altre banche. Ora la corsa è ai colpi grossi Banco Popolare nell’ordine, Unicredit e poi vedremo anche Intesa.
Utopia, follia, vaniloquio? Si attendono i tanti guru e i loro grugniti al servizio del nuovo.
Diversamente è ora di smuovere quanti ancora credono che l’economia, caposaldo di uno Stato autonomo e responsabile verso i suoi cittadini, passa sotto casa e in questo caso passa anche da Genova.
Il poco fatto da tanti, diventa tanto per tutti.

Franco Morante

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