Calcio in lutto: è morto Osvaldo Bagnoli, il mago della Bovisa
Osvaldo Bagnoli (foto GettyImages)
Una splendida persona prima ancora che un allenatore coi fiocchi. Ci ha lasciato all'alba dei 91 anni Osvaldo Bagnoli, il mago della Bovisa, che il mondo del calcio ricorda soprattutto come la guida - spirituale e tecnica - del Verona, provinciale per nulla accreditata, capace di stracciare gli squadroni tradizionali e di vincere lo scudetto nel 1985. Dopo quell'impresa, soltanto la Samp di Paolo Mantovani sarebbe riuscita a spezzare il monopolio dei soliti squadroni.
La Genova rossoblù ha avuto l'onore di applaudirlo per due anni, il primo dei quali fantastico. Il suo è stato il Grifone più forte del Dopoguerra: quarto posto nel '92 e, l'anno successivo, le semifinali raggiunte in Coppa Uefa (la... mamma dell'attuale Europa League) con lo storico exploit del successo ad Anfield Road, Liverpool, dove non aveva mai trionfato un team italiano.
Il suo Genoa era una galleria di campioni: il compianto Signorini, Caricola, Eranio, il formidabile Branco e una coppia eccezionale di attaccanti composta da Tomas Skuhravy e Pato Aguilera. Quel Genoa era un incanto, e la “mano” dell'Osvaldo si avvertiva a occhio nudo: gioco armonico e dominante, doppia “catena” sulle fasce (Ruotolo ed Eranio a destra, Branco e Onorati a sinistra), fase difensiva funzionale. A quei livelli non sono assurte neppure le numerose edizioni genoane targate Gasperini.
Il nostro football, però, oggi piange soprattutto un Uomo con l'iniziale maiuscola. Bagnoli era universalmente amato per quelle sue spiccate doti caratteriali (umiltà, serietà, disponibilità, impegno) che ha saputo trasmettere a tutti i suoi giocatori. Non era disposto ai compromessi, trattava noi giornalisti in identica maniera senza distinguere tra la firma più nota e l'apprendista e, soprattutto, non amava le luci della ribalta. A metà della seconda stagione genoana, dopo essere stato contattato dall'Inter, avvertì il presidente Spinelli e, se le sue richieste di carattere morale e non economico fossero state accettate, sarebbe volentieri rimasto a Genova per una terza annata. Invece approdò alla Beneamata, dove si sentì subito un pesce fuor d'acqua.
Da fanciullo aveva iniziato come operaio prima che il Milan gli offrisse il primo contratto professionistico, prodromo ad una carriera discreta ma non di più come centrocampista. Si sarebbe invece rivelato, un decennio dopo, un tecnico impareggiabile. Abituato a lottare contro il destino, attaccatissimo alla famiglia, lo ricordiamo frettoloso in sala stampa dopo le partite al Ferraris: “Fate presto. Le ruote della mia auto stanno già girando”. Non vedeva l'ora di rimettersi in marcia verso Verona, la sua città adottiva, dove lo attendeva la figlia, non vedente dalla nascita.
La società rossoblù gli ha dedicato sul proprio sito internet parole gonfie di tristezza e di ammirazione: “Carissimo Mago, caro Osvaldo, con le lacrime agli occhi, e l'anima fuori gioco per la commozione, ti rendiamo il nostro ultimo saluto accompagnato da un grazie grande così. Grazie per averci fatto vivere emozioni indelebili guidando la nostra migliore squadra del secondo dopo guerra. Sei stato una luce accesa per illuminare la direzione, ci hai presi per mano e fatto solcare i cieli d'Europa. Sei stato una fonte di ispirazione inesauribile, come una dinamo, schierando gli schemi del buon senso e di una professionalità fuori classifica. Abbiamo avuto il privilegio di amarti alla follia e di avere un fuoriclasse in panchina e in sede. Fatti, non parole: il tuo stile. Gli insegnamenti che hai elargito rimarranno stampati negli almanacchi del calcio di ogni tempo. Addio. E che la terra ti sia lieve”.
Pierluigi Gambino
