A Genova è tornata la “Fiera Primavera”, un appuntamento che ha accompagnato intere generazioni di genovesi: un’attrazione, ma anche una vera e propria guida tra curiosità, novità e acquisti. Tra questi, un posto speciale spettava ai mobili, o meglio, all’arredamento.
Colgo l’occasione per raccontare di una figura un tempo conosciutissima, che ha segnato un’epoca.
Vi parlo di Antonio Sabatino, un personaggio indimenticabile nel mondo dell’arredamento genovese e non solo, nel suo periodo d’oro a cavallo tra gli anni ’70 e ’90. Se dovessi trovare un titolo per descrivere la sua attività, potrebbe essere: quando a Genova Antonio Sabatino voleva dire casa.
Antonio Sabatino è stato, a tutti gli effetti, il primo vero arredatore a Genova. Quando i suoi colleghi erano onesti commercianti di mobili, lui, matita alla mano, stravolgeva le case dei clienti per trasformarle in ambienti da sogno. Parafrasando una celebre canzone, si potrebbe dire di lui: “Quel gran genio del mio amico, con la matita in mano, fa miracoli”.
Non si accontentava di arredare con i pezzi migliori: spesso li creava nel suo laboratorio o li progettava per aziende produttrici. Fu, senza dubbio, uno dei primissimi designer della città.
Pedane, moquette, specchi, mobili su misura, controsoffitti e luci incassate erano i suoi ingredienti. Con questi elementi fu un precursore, uno status symbol, un virtuoso capace di dettare la linea.
Tra i primi a intuire l’importanza del “su misura”, arrivò persino a ideare una produzione che portava questo nome. Una importante industria mobiliera del Triveneto, MAP, che produsse e commercializzò questa linea, cambiò poi la propria denominazione in “MAP su misura”.
Un mio ricordo personale è legato ai miei inizi, quando, collaborando con Quarta Dimensione (in piazza Paolo da Novi), partecipai al concorso dei mini appartamenti alla Fiera Primavera di Genova. La selezione dei punti vendita era rigorosa: solo i migliori — del calibro di Molinari, Paolo Rosato, Antonucci e pochi altri, tra cui Sabatino — potevano partecipare.
La sera prima dell’inaugurazione, quando tutti erano pronti a lasciare i propri stand curati in ogni dettaglio, quello di Sabatino era ancora un cantiere nel pieno del caos. Molti commentavano, con una malcelata preoccupazione, che non ce l’avrebbe fatta.
E invece lavoravano tutta la notte, pagando straordinari all’Ente Fiera, fino al mattino seguente, quando lo stand era pronto: bellissimo, con i frigoriferi funzionanti e l’acqua che sgorgava dai rubinetti. Antonio Sabatino era questo.
A lui sembrava - e forse era davvero così - che tutto fosse concesso, tanta era la sua fama. Genio e sregolatezza, come solo i grandi possono permettersi. Un funambolo, diremmo oggi; un uomo d’altri tempi.
Tanto che, in una delle sue partecipazioni fieristiche, arrivò persino a progettare un boudoir, corredato di accessori osé: la tipica stanza per signore d’antan, un salottino o spogliatoio di moda nel XVIII secolo, dal termine francese bouder, “mettere il broncio”.
Un tema scabroso, al limite del provocatorio, soprattutto nella Genova di allora.
Era la Genova del cardinale Siri, di un PCI forse più rigoroso della DC, in un’Italia guidata da figure come Giulio Andreotti. In quel contesto, la Fiera Primavera era quasi un’istituzione, un’occasione festosa per intere famiglie.
In un ambiente così misurato, dove le uniche “trasgressioni” erano le gare di lento fumo (pipa) o le passerelle di pellicce, un uomo — un genio nel suo campo — sapeva osare. E lo faceva con classe, come i grandi maestri della fotografia: magari in bianco e nero, metafora sottile tra bene e male, tra lecito e proibito.
In fondo, Sabatino restava fedele al suo celebre motto: “L’arredamento Sabatino non è per tutti!”
Con questo spaccato di una città che non c’è più, voglio augurare agli organizzatori della rinnovata Fiera Primavera entusiasmo e soddisfazioni. Perché Genova, ne sono certo, sarà con loro.
Alberto Podestà
Designer, art director, autore