“Come fa Putin a continuare la sua guerra contro l’Ucraina? La risposta è: la Cina”. Così possono essere sintetizzate le parole pronunciate recentemente dal segretario generale della NATO, Mark Rutte. Sono parole che segnano un passaggio di grande rilevanza politica.
Secondo Rutte, la Cina è oggi la vera linea di vita della Russia. Senza il suo sostegno economico, tecnologico e industriale, Mosca non sarebbe in grado di sostenere lo sforzo bellico. Circa l’80% dei componenti elettronici impiegati nei droni e in altri sistemi d’arma russi risulta essere di origine cinese. Quando civili muoiono a Kyiv o Kharkiv, dice in sostanza Rutte, la tecnologia che li ha colpiti proviene quasi sempre dalla Cina.
Nello stesso intervento di Rutte c’è un secondo avvertimento ancora più inquietante: con un’economia ormai interamente dedicata alla guerra, la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare un Paese della NATO entro cinque anni. Nel frattempo, conduce già una campagna occulta contro le società europee: sabotaggi digitali contro infrastrutture civili e altre azioni clandestine.
Le parole di Mark Rutte segnano un momento di verità. La Cina è già parte delle dinamiche che minacciano la sicurezza europea, ma proprio per questo l’Europa non può limitarsi a una linea di condotta esclusivamente difensiva o morale. L'errore commesso nel recente passato è stato quello di non aver saputo governare politicamente il processo di trasformazione in atto.
Oggi, in un mondo più duro e competitivo, con un’America meno affidabile come alleato e decisa ad applicare al vecchio continente misure protezionistiche ingiustificate e vessatorie, l'Europa deve scegliere se restare spettatrice o diventare finalmente un attore strategico non solo cercando di difendersi in un contesto di crescente minaccia russa o russo-cinese, ma anche recuperando nei confronti della Cina una postura negoziale autonoma e credibile. Una postura capace di porre Pechino di fronte a una proposta europea esplicita di un nuovo ordine internazionale, fondato su sicurezza, cooperazione regolata e responsabilità condivise.
Rinunciare al confronto strategico non riduce i rischi ma li lascia semplicemente nelle mani altrui. Non vi è alcuna illusione che una simile strategia sia semplice da attuare o che l’Europa, da sola, possa indurre Pechino a modificare rapidamente il proprio atteggiamento nei confronti della Russia e a stabilire una più organica alleanza con l’Europa. Tuttavia, rinunciare in partenza a un’iniziativa politica europea autonoma significherebbe accettare una posizione di subalternità strategica, limitandosi a reagire a scelte altrui. Nell’attuale contesto di instabilità, non esente da rischi di escalation, la difficoltà del confronto non può essere un alibi per evitarlo: è piuttosto la ragione per cui esso diventa necessario.
La Cina rappresenta un elemento che toglie il sonno anche al continente a stelle e strisce. L’approccio di Trump alla politica estera si basa sull’idea che la Cina rappresenti il più grande pericolo per gli Stati Uniti. Nei documenti di sicurezza nazionale, Pechino è descritta come il principale rivale strategico di Washington.
Durante la presidenza Trump, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si è intensificata, con l’introduzione di dazi per un valore di oltre 250 miliardi di dollari. Trump ha poi cercato di rafforzare le relazioni con la Russia per allontanarla dalla Cina. Tuttavia oggi, a causa delle sanzioni economiche imposte dall’Occidente, Mosca ha intensificato la cooperazione con Pechino nei settori energetico e militare.
Per Trump questo è un motivo di addebito da contestare ai governanti del vecchio continente. L’aumento delle tensioni nel rapporto tra Unione Europea e America era comunque prevedibile. È illogico chiedere all’Unione di non far rispettare le proprie leggi e di non comminare le penalità dovute, così come è stato sconfortante assistere alla vicenda dei dazi, oscillante tra le pressioni di Trump e il tentativo europeo di mantenere equilibrio e credibilità. Lo stesso atteggiamento di Trump nei negoziati per un percorso di pace in Ucraina, al netto di qualche sorriso di circostanza verso Zelensky (senza dimenticare le importanti concessioni sulle "terre rare") ha mostrato scelte orientate in modo piuttosto chiaro verso Putin, pur con qualche sforzo profuso per salvare le apparenze davanti ai leader europei.
La divergenza non riguarda solo singoli dossier, ma il metodo, la visione e la prospettiva che affondano le radici nella stessa elezione di Trump. Alla convention repubblicana in cui venne incoronato candidato, Trump delineò un programma in cui emergeva un plateale distacco dalla tradizionale funzione globale degli USA, prima e dopo la Guerra Fredda. Trump ha archiviato la vocazione americana a costruire, difendere e guidare il modello democratico occidentale, ha ribaltato il ruolo tradizionale degli Stati Uniti e l’asse euro-atlantico che ha tenuto insieme, pur tra evidenti differenze, le due sponde dell’oceano. Il suo interesse è l’America ("America First"), non il ruolo dell’America nel mondo e amici e nemici diventano semplicemente coloro che assecondano (o meno) gli interessi economici e finanziari statunitensi e dei gruppi a lui più vicini. È ciò che si è visto sui dazi, sulle terre rare cruciali per la transizione energetica e digitale, sull’intelligenza artificiale, così come nei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina.
L’avvento di Trump ha accelerato un mutamento geopolitico e geoeconomico che non assomiglia al passato e non ha ancora una forma definita. Viviamo nell’epoca dell’incertezza, sospesi tra il vecchio assetto bipolare, un multipolarismo incompiuto e il duello tra Stati Uniti, Cina e Russia, potenze che si fronteggiano e talvolta si compattano nel tentativo di dividersi le sfere d’influenza globali, convergendo tutte in un atteggiamento di ostilità verso l’Unione Europea.
È giusto chiedersi se stiamo andando verso una nuova Yalta, verso un nuovo conflitto o se resteremo in un limbo fatto di minacce, sorrisi, diplomazia intermittente e improvvisi rovesciamenti. In questo quadro è naturale che un’entità politica eterogenea come l’Unione Europea (dove non mancano simpatizzanti di Trump) debba avvertire la necessità di reagire per non scivolare nell’irrilevanza. Le tensioni aumentano e, con ogni probabilità, continueranno a crescere.
Ma se l’Europa vuole davvero contare, deve assumersi le proprie responsabilità: non basta respingere le provocazioni o difendere il proprio diritto a legiferare. È necessario ribadire la storica amicizia transatlantica, ampliare lo spettro delle alleanze, rafforzare il dialogo strategico e riformare sé stessa in modo urgente e profondo.
L'Europa sembra ora voler mantenere un atteggiamento resiliente rispetto alle pressioni americane. Ed è di queste ore la notizia di come il Consiglio europeo abbia trovato l’unanimità sul sostegno all'Ucraina per il biennio 2026-27: un prestito da 90 miliardi finanziato con debito comune. I beni russi congelati rimarranno bloccati fino a quando la Russia non avrà pagato i risarcimenti all'Ucraina. E, se non lo farà, l'Unione si è detta pronta a ricorrere, nel rispetto del diritto internazionale, a quegli stessi asset per rimborsare il prestito.
L'analisi dei fatti di cronaca e, più in generale, dell'attuale contesto geopolitico nel quale l'Europa è collocata, non può prescindere da un dato di attenzione rispetto alle ragioni che sono alla base della nascita dell'Unione. E qui il pensiero va inevitabilmente ad Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio tra il 1945 e il 1953, un periodo in cui in Italia è stata consolidata la democrazia e si è svolta la ricostruzione economica.
La visione di De Gasperi era ancora più ampia, finendo per travalicare i confini nazionali e promuovere la cooperazione internazionale come base per la pace. De Gasperi è stato l'uomo che ha voluto l'adesione dell'Italia al piano Marshall americano e alla NATO. La sua leadership ha portato allo sviluppo di forti legami tra l'Italia e gli Stati Uniti, non un'impresa da poco visto che all'epoca era presente in Italia uno dei più grandi partiti comunisti dell'Europa occidentale.
Dalla fine della seconda guerra mondiale De Gasperi si è battuto attivamente per l'unità europea nella convinzione che fosse l'unico modo per prevenire futuri conflitti. Egli era motivato dalla chiara visione di un'Europa unita che non sostituisse i singoli Stati, ma che allo stesso tempo consentisse loro di integrarsi e sostenersi a vicenda e di lavorare insieme.
La luce sprigionata dalla grotta di Betlemme speriamo illumini quel giacimento valoriale che appartiene al pensiero di Alcide De Gasperi e degli altri padri costituenti dell'Europa Unita, affinché il loro magistero e il loro esempio tornino a produrre buoni frutti.
Nel concludere questa mia articolata riflessione, desidero richiamare le parole di Alcide De Gasperi, nelle quali mi riconosco pienamente: "Il futuro non verrà costruito con la forza e nemmeno con il desiderio di conquista ma attraverso la paziente applicazione del metodo democratico, lo spirito di consenso costruttivo e il rispetto della libertà. L’Europa unita è il più grande baluardo della pace. I popoli d’Europa, vittime della guerra di ieri e destinati ad essere le prime vittime di una deprecabile guerra di domani, non vogliono né possono volere la guerra. Le correnti democratiche prevalenti in Europa si assoceranno tutte con la democrazia statunitense per costituire nel mondo un regime di libertà, di sicurezza, di pace. La salvezza sta in questa unità di libere forze".
Carla Viale Faraguti